Facciamo un passo indietro (o, se preferite, avanti). Come viene spiegato nel blurb, la storia di Corpi spenti si svolge in un arco temporale di circa un mese, a ridosso delle imminenti votazioni che daranno il primo governo eletto dal popolo al neonato Territorio Autonomo del Mezzogiorno, istituito per decreto del Presidente della Repubblica nel dicembre del 2060. Nel bicentenario dell’Unità d’Italia, ecco che l’Italia si spacca: non è però la Padania a dichiarare la Secessione, al contrario è la Bassitalia a staccarsi dalla penisola, come una coda di lucertola. Le spiegazioni di questa soluzione sono fondamentalmente due: in prima battuta attuare una secessione morbida, senza cioè dare l’idea della parte più ricca del paese che si lasci indietro quella più povera, ma al contrario caricando questa soluzione della valenza politica di un’opportunità di riscatto e progresso per il Sud (sul modello delle zone economiche speciali cinesi); in seconda istanza, creare una vera e propria Riserva di caccia per i signori di quest’Italietta futura post-democratica e neofeudale. In sintesi, fare della Bassitalia qualcosa che somiglia pericolosamente al Messico delle maquiladoras per il NAFTA, con la città di Napoli, già ben oltre la crisi ecologica, che infatti diventa lo spettro di Ciudad Juarez (a questo proposito vi segnalo anche questo articolo di Tiziana Lo Porto recentemente apparso su Minima & Moralia). E con queste premesse, il futuro appare sempre più cupo.

Uno dei due principali partiti che si contendono il controllo politico di questa Riserva fa riferimento a un movimento regressionista, che predica per voce del suo leader – un pastore evangelico che ricorda il Floyd Jones di Philip K. Dick – una dottrina di anti-sviluppo come antidoto alle storture comportate dalla pessima gestione del progresso e delle sue opportunità. Una reazione alla Singolarità, che in questo romanzo assume connotati culturali camaleontici per riflettere un nuovo assetto geopolitico emergente. Non il modo più razionale per affrontare i problemi di una Napoli futura assediata dalla massa autoreplicante dei rifiuti meglio conosciuta come Kipple, ma come sappiamo facendo leva sull’insoddisfazione di pancia degli elettori si possono strappare risultati importanti. In un’intervista per il Corriere della SeraErmanno Rea, che di Napoli è stato una delle principali voci del Novecento ma non solo, sosteneva nel 2011:

«Oggi guardo con interesse a quelli che si occupano di economia alternativa e non inquinante: il Mezzogiorno potrebbe diventare una macroregione autonoma – senza parlare di secessione, ovviamente! – sulla falsariga anche del concetto di decrescita elaborato da Latouche, per esempio». Concretamente? «Affidare a un pool di intelligenze il progetto di un nuovo sviluppo, la mappatura dei problemi aperti, la speranza di mobilitazione delle coscienze, il compito di elaborare una prospettiva di futuro. Napoli è una città che non conosce se stessa».

Un bel caso di sincronicità, no? Ecco, mi sembra soprattutto la conferma della presenza di un meme, che ognuno recepisce e declina secondo la propria sensibilità. Di sicuro, se mi fossi lasciato sfuggire un’opportunità di critica come quella che ho tentato di sviluppare nel romanzo, lo avrei sentito meno completo.

Napoli

Napoli

Ciudad Juarez

Ciudad Juarez

Restate sintonizzati sulle frequenze del futuro.

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