[Terminal Shock è il mio ultimo libro, uscito in e-book la scorsa estate per Mezzotints. Quello che segue è un breve estratto del testo.]

Image Credit: Galileo Project, JPL, NASA; reprocessed by Ted Stryk

Europa, 2163. Sembrava trascorsa una vita. Qilliam fresco di addestramento, appena reclutato nelle file operative della Divisione Ψ e inviato in missione sul campo, presso Concordia Station.

Sbarcato sulla luna, si applicò al problema con lo slancio del neofita. Un duplice caso di manufatto-fuori-posto – oopArt, nel gergo degli archeologi – senonché la provenienza dei reperti li collocava di diritto nella classe dei grandi problemi insoluti con cui fare i conti nell’esplorazione dello spazio. Erano stati scoperti in una regione nota come Thrace Macula, in quello che aveva l’aria di essere un deposito di condriti carbonacee.

Gli psiconauti intervenuti sul luogo avevano stimato un’origine recente per quella formazione e l’ipotesi più consistente prevedeva che risalisse a una pioggia meteoritica occorsa nel XXI secolo.

C’erano tracce di radioattività residua, sui manufatti: una sorta di piccola scultura votiva e una conformazione ad arco di circa otto metri che avrebbe potuto essere un montante o parte di una struttura più complessa, piantata tra le rocce e il ghiaccio di Thrace Macula.

Il loro rinvenimento aveva spaccato la comunità scientifica: archeologi, planetologi, esobiologi, si erano cimentati sul caso. Quando la Divisione Ψ aveva deciso di inviare una propria delegazione, i reperti E-2161a ed E-2161b erano venuti a trovarsi al centro di un acceso dibattito nella squadra di psiconauti incaricati di studiare il caso. Da Qilliam, i superiori si aspettavano solo che redigesse una relazione, quanto più completa possibile, e probabilmente niente di più.

Ma il manufatto era diventato un’ossessione. La recluta vi aveva dedicato ogni secondo della sua permanenza presso il campo di ricerca. Quando si addormentava, vedeva avanzare nel dormiveglia la figura di un astronauta extraterrestre, fiero e imperscrutabile, dal passo solenne e fragoroso, capace di scuotere il continuum del sonno mentre conduceva una danza astrusa intorno a una struttura gigantesca, dalla funzione incomprensibile, di cui E-2161b poteva essere nient’altro che un elemento accessorio. Era la sua mente che astraeva le suggestioni evocate dalla ricerca, trasformandole in quella visione terribile, il rituale oscuro di una divinità violenta e vendicativa degna del pantheon hindu. E in quell’immagine giocava un ruolo cruciale la teoria elaborata da Dimitri Rachmaninoff, all’epoca già veterano del corpo.

Che E-2161b potesse essere di origine artificiale, era opinione alquanto diffusa. Ma non si trovavano corrispondenze nella tecnologia umana degli ultimi centoquarant’anni, ovvero da quando l’impresa spaziale era ripartita, aprendo la frontiera del sistema solare. Su E-2161a sussisteva qualche dubbio in più. Di sicuro, nessuno riusciva ancora a fornire una spiegazione attendibile di come entrambi fossero arrivati su Europa.

Tra le diverse scuole di pensiero, un paio erano riuscite a polarizzare l’opinione degli studiosi. E Rachmaninoff era fiero della paternità di una delle due. Aveva pensato a un culto del cargo su scala stellare. Un popolo di esploratori era approdato nel sistema solare secoli, o millenni, addietro; si era presentato alle antiche civiltà terrestri, per lo meno una di quelle ritenute più avanzate e per questo idonea a reggere il peso del contatto; e aveva instaurato con essa rapporti di interscambio – probabilmente di natura culturale, piuttosto che commerciale in senso stretto – di durata abbastanza breve da giustificarne il successivo oblio nei documenti, a parte gli occasionali residui che potevano essere sopravvissuti all’estinzione della società contattata, in forme tanto criptiche da risultare inesplicabili agli studiosi dei secoli successivi.

Sulla via del ritorno, gli esploratori extraterrestri avevano quindi deciso – per scelta o necessità – di liberarsi della zavorra, e avevano seminato nello spazio spazzatura e cianfrusaglie varie raccolte durante la permanenza sul pianeta. E-2161a ed E-2161b potevano non essere altro che i resti sopravvissuti al dumping, che la danza gravitazionale del sistema di Giove doveva aver cancellato risucchiandone in larga misura gli scarti nel proprio maelstrom planetario. Tonnellate di materiale poteva essere andato disperso nell’atmosfera gioviana, ma qualcosa era scampato, su Europa e forse sulle altre lune medicee. E-2161a ed E-2161b stavano a testimoniare il caso favorevole, che poteva essere tutto fuorché unico.

Il culto del cargo di Rachmaninoff ipotizzava che la statuetta fosse stata scolpita proprio dai terrestri, in adorazione degli antichi astronauti che potevano aver scambiato per divinità calate dalle stelle. Era un effetto collaterale di un caso di primo contatto, plausibile allorché si verificasse tra civiltà separate da una distanza significativa sulla scala del progresso.

E non riusciva in alcun modo a convincere Qilliam.

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