C’è un’isola che non è tracciata su nessuna mappa, ma che galleggia nell’Oceano Atlantico in una zona che approssimativamente coincide con il Mar dei Sargassi, dove le correnti superficiali scendono al di sotto di una velocità media di 2 centimetri al secondo e nei tempi passati lasciavano affiorare banchi di alghe che le conferivano l’aspetto di una prateria oceanica. Da almeno la metà degli anni ’80, però, le alghe non sono più l’elemento dominante: è infatti in corso un processo di inquinamento che prosegue inarrestabile e che ha già trasformato la zona in una immensa discarica flottante.

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English: Polyethylene heat welded sculpture made to demonstrate the great Oceanic Gyres created by waste. This artwork is part of a collection titled “The creation of Plastikos” by Simon Max Bannister (Photo credit: Wikipedia)

Le sue dimensioni sono ancora incerte, ma alcuni studiosi le ritengono confrontabili con la Great Pacific Garbage Patch, la “Grande Chiazza dei Rifiuti del Pacifico” che si estende su una superficie stimata tra un minimo di 700.000 e ben 15.000.000 di chilometri quadrati (vale a dire 7 volte la Groenlandia, la più grande isola del pianeta, e il doppio dell’Australia). Alimentata da un sistema formato da quattro correnti oceaniche (responsabili del cosiddetto North Pacific Gyre, il “Vortice del Nord Pacifico”, da cui la denominazione alternativa di vortice di rifiuti: Pacific Trash Vortex), la GPGP si nutre dei rifiuti degli insediamenti costieri (all’80%) e delle piattaforme e navi che la attraversano (20%).

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There are five major ocean-wide gyres — the North Atlantic, South Atlantic, North Pacific, South Pacific, and Indian Ocean gyres. Each is flanked by a strong and narrow “western boundary current,” and a weak and broad “eastern boundary current”. (Photo credit: Wikipedia)

La sua gemella del Nord-Atlantico, ribattezzata per estensione North Atlantic Garbage Patch (ma analoghe formazioni sono allo studio anche nell’Oceano Indiano e nel Pacifico del Sud), è caratterizzata da una concentrazione di rifiuti che sale fino a 200.000 frammenti di plastica per chilometro quadrato, e come la GPGP è formata principalmente da monofilamenti di plastiche e fibre di polimeri che dalla superficie s’inabissano fino a qualche decina di metri di profondità. Essendo traslucida la principale sostanza responsabile della loro composizione, queste formazioni risultano difficili da studiare dal satellite: occorrono prospezioni in loco, non esattamente agevoli né economiche. E nel frattempo ogni anno vengono prodotte circa 250 milioni di nuove tonnellate di plastica, di cui appena il 5% è destinata al recupero e al riciclo.

Plastic marine debris (PMD) collected at multiple locations in the North Atlantic was analyzed with scanning electron microscopy (SEM) and next-generation sequencing to characterize the attached microbial communities. Researchers  unveiled a diverse microbial community of heterotrophs, autotrophs, predators, and symbionts, a community we refer to as the “Plastisphere”. (Environmental Science and Technology)

Plastic marine debris (PMD) collected at multiple locations in the North Atlantic was analyzed with scanning electron microscopy (SEM) and next-generation sequencing to characterize the attached microbial communities. Researchers unveiled a diverse microbial community of heterotrophs, autotrophs, predators, and symbionts, a community we refer to as the “Plastisphere”. (Photo credit: Environmental Science and Technology)

In uno studio pubblicato da Environmental Science and Technology due oceanografe americane, Tracy Mincer e Linda Amaral-Zettler, hanno annunciato la loro scoperta di un peculiare ecosistema originato dalla massa di rifiuti alla deriva sul North Atlantic Garbage Patch. A quanto pare, le singolari condizioni di vita del NAGP avrebbero portato alla proliferazione di microrganismi eterotrofi, autotrofi, predatori e simbionti, in un ecosistema dinamico in cui la plastisfera, un po’ come succede nelle barriere coralline, offre un ambiente di coltura in cui oltre 1.000 specie (tra piante, alghe e batteri), molte delle quali ancora non classificate, hanno prosperato, evolvendosi e diversificandosi in un ecosistema isolato molto diverso dagli altri ecosistemi oceanici. Ma soprattutto, tra questi microrganismi potrebbero essercene alcuni in grado di digerire – e quindi degradare – la plastica a un tasso di assimilazione più veloce di quanto si credesse finora possibile.

Per chi fosse interessato, ecco il link alla ricerca.

[Via io9.]

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